Gaetano Miccichè

(La Repubblica – F. Manacorda) La faccia nuova del calcio italiano è un volto noto della finanza. Gaetano Micciché ha 67 anni portati parecchio bene, un ufficio nel centro di Milano e al centro della più grande banca del Paese, un’immensa scrivania di vetro dove in sedici anni di lavoro ha già visto passare – da imprenditori – buona parte dei proprietari dei grandi club italiani. E forse già questa è una ragione per spiegare non solo perché un banchiere “di sistema” affiancherà da domani alla presidenza dell’Imi – la banca d’investimento di Intesa-Sanpaolo – anche quella della Lega Serie A, ma anche perché la nomina punta a raccogliere l’unanimità fra club solitamente litigiosissimi.

A volerlo è stato Giovanni Malagò «con cui ci conosciamo da tanti anni, lo stimo molto». Telefonata malaghesca un mese fa dalle Olimpiadi in Corea, preannuncio di «un’idea pazza» e di un imminente incontro. Ed eccola, l’idea, figlia anche della riforma dello statuto della Lega, che in qualche misura democratizza l’organizzazione della Serie A. Nel mondo finanziario, quello di Micciché, si parlerebbe di riforma della governance e anche per questo – spiega lui – ha accettato. «Tre sole condizioni ho posto per la mia nomina: avere il via libera di Carlo Messina (l’ad di Intesa-Sanpaolo, ndr), ricevere un consenso unanime sulla mia candidatura e individuare un amministratore delegato all’altezza della situazione».

Condizioni soddisfatte, pare. Ma che ci farà un banchiere “di sistema” in Serie A? E, soprattutto, che diavolo è un banchiere “di sistema”? Urge breve excursus storico-finanziario, perché Intesa-Sanpaolo, specie sotto la guida dell’ex ad Corrado Passera, poi sempre meno, è stata banca che si piccava di essere “al servizio del paese”, pronta a salvataggi di aziende che ad altri soggetti finanziari non sembravano scontati. E a Micciché, che al ruolo di uomo di finanza ha sempre unito anche quello di uomo di industria, non pare vero snocciolare l’elenco delle principali aziende che con la banca ha aiutato a portare in Serie A o almeno ha salvato dalla retrocessione, «contribuendo in modo non ovvio a operazioni straordinarie», che poi sarebbero fusioni, ristrutturazioni, aumenti di capitale vari. «Yomo, Piaggio, Prada, Esaote, Sigma Tau, NH Hotel, Fca, Ntv, Impregilo, Rcs…», manco fosse la formazione dell’amato Milan degli olandesi di fine Anni 80. Altri casi, vedi l’Alitalia, giudicati sulla lunga distanza sono andati meno bene.

Ma ricordarglielo significa impegnarsi in un estenuante dibattito. Dunque, un banchiere in Lega, con l’idea proclamata che il campionato italiano sia – come tradizione e ortodossia comandano – «il più bello del mondo» e anche uno dei più vari. Perché mai? «Perché abbiamo una decina di squadre che se la giocano nella parte alta della classifica, non come in Inghilterra dove il City stacca tutte le altre di una ventina di punti».
Prudenza, comunque, come è comprensibile, in attesa di presentarsi domani in Lega. Così nessun commento sulla (fanta)idea che la Lega si faccia il suo canale tv assieme agli spagnoli di Mediapro, che hanno vinto l’asta per i diritti ma da contratto possono fare solo i distributori. E poco “colore”, se non da rapido tratteggio di autoritratto sportivo: «Da giovane sono stato un buon mediano, squadra del cuore il Milan, buon tennista, buon nuotatore».

C’è l’ambizione, però – questa forse più imprenditoriale che finanziaria – di portare un po’ più di business nelle stanze della Lega. Qui Micciché, dovrebbe trovarsi sul terreno a lui più noto: «In altri paesi come la Spagna o la Germania le Leghe sono realtà importanti, al servizio del calcio». L’idea è guardare all’estero, per prendere esempio da chi, come la Premier, ha incassi che doppiano allegramente i nostri, e anche trovare ispirazione fuori dal calcio: nel football americano, nel baseball Usa, in certi fenomenali successi del basket. Nella possibilità di «creare eventi», di sfruttare il «side business» che poi sarebbe tutto quello che è (per ora) accessorio e laterale rispetto alla vendita dei biglietti e dei diritti tv. I vecchi capitali italiani e i nuovi dall’Estremo Oriente puntano a vedere soldi che producono altri soldi. Qui conteranno i rapporti consolidati – sulla scrivania del bipresidente c’è una statuetta commemorativa dell’Opa su Rcs, in cui Intesa-Sanpaolo ha assistito Urbano Cairo, che in termini calcistici è il patron del Toro e l’editore della Gazzetta dello Sport – e la capacità di intesserne dei nuovi e di immaginare soluzioni diverse dal passato.

In mezzo al business anche un’idea un po’ diversa – forse solo un’illusione – dei rapporti tra i club e la Confindustria del calcio: a Micciché pare ci sia troppa tendenza a giocare in proprio, a rivendicare diritti particolari, mettendo poco in comune nella Lega. Insomma, possibile che lui e il nuovo ad chiedano mani un po’ più libere che in passato, e si attenda poi a intervalli regolari il responso dell’assemblea dei club, che potranno promuovere o bocciare il consiglio che li ha rappresentati. Una speranza che andrà delusa? Il “banchiere di sistema” conta di contare anche in questo sistema.

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