NOTIZIE AS ROMAProfondo giallorosso. A San Siro evapora definitivamente l’ambizione. E in classifica viene a galla solo il ridimensionamento. Mai la Roma, da quando nell’agosto del 2011 sono sbarcati a Trigoria gli americani, era stata così lontana dal 4° posto, obiettivo principale e vitale per il club, ingolosito dalla vetrina internazionale del più prestigioso torneo continentale e ancora di più dall’introito garantito, circa 50 milioni a stagione, dalla partecipazione alla Champions.

La squadra di Fonseca alla giornata numero 28 del torneo ha 9 punti dall’Atalanta (10, contando il vantaggio di Gasperini negli scontri diretti). Abituata a piazzarsi sul podio, ha fallito il piazzamento solo con Luis Enrique nel 2012, con Zeman sostituito in corsa con Andreazzoli nel 2013 e con Di Francesco che poi lasciò a Ranieri l’anno scorso.

Ma in queste 3 stagioni il ritardo, a questo punto del campionato, è sempre stato accettabile. Sempre competitiva, dunque, e in corsa. L’asticella abbassata conferma quanto la proprietà Usa abbia perseverato nella cattiva gestione spesso sopravvalutata dall’inspiegabile propaganda mediatica.

Pallotta ha intanto deciso di chiamarsi fuori. Lo ha chiarito nella auto-intervista al sito del club. In prima persona si sta dedicando alla cessione della Roma. Ha provocato Friedkin, con l’intenzione di ottenere il rilancio del possibile erede al trono, vicinissimo a chiudere a febbraio.

Pallotta parla anche con altri investitori. Ancora americani. Almeno un paio di soggetti. Vuole occuparsi in proprio della vendita, pure se a Londra c’è chi lo aiuta. Guardando, non si mai, verso Oriente. L’obiettivo del presidente è di lasciare entro l’inizio della nuova stagione.

Oggi la Roma è Fonseca. Anche perché il presidente qui non c’è e, sospeso il ds Petrachi, lascia che a comandare sia il ceo Fienga, più volte a colloquio con il tecnico nelle ultime ore. Il consulente Baldini detta la linea da Londra, il vicepresidente Baldissoni si limita ad occuparsi del nuovo stadio. Non c’è unità, ma dispersione. L’allenatore, alla prima stagione in Italia, non ha la forza di gestire da solo la crisi del gruppo.

(Il Messaggero)

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