Christian Eriksen

ULTIME NOTIZIE EURO 2020 ERIKSEN – Valli a capire gli schemi della vita. Quelli che dietro un fallo laterale qualunque ti piazzano una trappola. Christian Eriksen si è fermato andando incontro a un pallone laggiù sulla fascia sinistra, perché lui è fatto così: non si spreca neppure un centimetro di campo. È il suo credo, filosofia di calcio vero, l’ha spiegata più volte: voglio essere sempre dov’è il pallone, scrive La Gazzetta dello Sport.

E così, vagando alla ricerca di un gol o un’occasione da costruire, alle 18.42 si è ingobbito, finendo a terra da solo, vicino al compagno Maehle. Si è risvegliato dopo dodici minuti di buio, a torso nudo su una barella, intubato e immobilizzato. Senza capire molto. Di corsa, tra gli applausi dei suoi tifosi, passando sotto il settore riservato ai fan della Finlandia. Dallo stadio Parken al Rigshospitalet c’è quasi un chilometro di strada. Quando Chris arriva lì, il peggio è già alle spalle.

Il silenzio Il peggio si capiva dal silenzio. Non avevamo con noi uno spillo per fare la prova. Ma fosse caduto, si sarebbe sentito il rumore dappertutto. Dentro il Parken c’erano 15.900 spettatori, immobili, fermi, paralizzati dai pensieri, tramortiti dagli sguardi incrociati e disperati dei compagni di squadra di Eriksen. Chris si accascia quando in campo deve ancora scoccare il minuto quarantatré. Il primo a soccorrerlo è Maehle, difensore dell’Atalanta.

Poi Kjaer. Entra lo staff medico della nazionale danese. Il primo a giungere nei pressi di Eriksen è Martin Boesen, il responsabile medico della nazionale: «Quando sono arrivato – ha dichiarato – Christian era sdraiato su un fianco e respirava. Poi però le condizioni sono peggiorate subito, all’improvviso ha perso il battito e abbiamo iniziato il massaggio cardiaco: per fortuna si è aggrappato alla vita». Qui non era certo questione di un colpo subito o di una caviglia in disordine. Tutti in campo fanno ampi gesti con le mani ai sanitari dello stadio di fare presto. E finalmente, dopo qualche attimo di indecisione, entrano in campo.

E lì cominciano le manovre per far ripartire il cuore di Eriksen. Un massaggio cardiaco. Poi un altro. Un altro ancora. Il Parken è ammutolito. Perché la testa corre verso pensieri cattivi. Passano i minuti, sembrano giorni o settimane. Lo schermo dello stadio blocca qualsiasi tipo di immagine, i compagni di squadra del giocatore bloccano qualsiasi tipo di intromissione visiva, perché anche il dolore merita un po’ di privacy. Passano dodici lunghissimi minuti. Eriksen apre gli occhi, finalmente. Un compagno se ne accorge e fa un cenno di sollievo verso la tribuna, che recepisce: parte un boato coinvolgente, che accompagna l’interista verso l’uscita del campo, dalla parte opposta.

La corsa È qui che scatta la fase due, la corsa in ambulanza verso il Rigshospitalet. Una corsa breve, per fortuna, se di fortuna si può parlare in casi come questi. Il Rigs è la struttura migliore di tutta la Danimarca, quella – per intendersi – di riferimento della famiglia reale danese. Eriksen viene portato al quattordicesimo piano dei sedici totali.

Cominciano tutti gli esami del caso, cardiologici e non solo. E i primi responsi sono positivi. Eriksen arriva all’ospedale sveglio, cosciente. Con lui c’è la moglie Sabrina Kvist, la stessa che è entrata in campo alla ricerca di informazioni consolata da Simon Kjaer e Kasper Schmeichel. E pure il presidente della federcalcio danese, Peter Moller. È proprio Moller che scambia le prime parole con il centrocampista dell’Inter. Riferisce ai giocatori, che però vogliono capire bene, prima di dare l’assenso alla ripresa del gioco. E allora ecco che Moller organizza una chiamata Facetime tra Eriksen e i compagni. Chris li tranquillizza. Nei limiti del possibile.

La squadra è divisa, le opzioni sono due: riprendere subito, oppure far slittare la gara al giorno dopo, ore dodici. Ne parlano i rappresentanti delle due nazionali con la Uefa. Alla fine si decide per ripartire subito. «Come avremmo potuto passare la notte senza dormire e poi ripresentarci qui domani (oggi, ndr )?», ha spiegato il commissario tecnico danese Kasper Hjulmand. Tocca allora al giovane Jensen in campo prendere il posto di Eriksen.

La Danimarca perde, Kjaer nel secondo tempo alza bandiera bianca. «Non ce la faceva a continuare», svelerà ancora Hjulmand. I danesi aspettavano questo giorno come una festa, mai come stavolta cullavano il sogno di ripetere l’impresa del 1992. Alla fine la sconfitta con la Finlandia è quasi passata in secondo piano. Il dipinto migliore è ancora una volta quello del commissario tecnico: «Questa giornata ci ha ricordato quali sono le cose più importanti nella vita – ha detto -. Sono le persone intorno a noi, la famiglia e gli amici». Dentro lo stadio se ne sono accorti tutti subito. I tifosi finlandesi hanno cominciato a urlare il nome Chris, i danesi rispondono con Eriksen. Il tutto mentre l’altoparlante annunciava: «Eriksen è sveglio ed è all’ospedale». Boato.

Gli esami Christian resterà ricoverato per qualche giorno. Il suo campionato d’Europa può considerarsi già concluso, anche se a domanda precisa la federazione danese ieri sera non ha risposto. Via social tutto il mondo ha manifesta vicinanza al centrocampista interista. Il belga Lukaku, suo compagno di squadra nell’Inter, segnando contro la Russia, si è avvicinato alla telecamera e ha gridato un «I love you». Ma adesso il calcio passa in secondo piano. Andranno accertate le cause che hanno portato Christian Eriksen ad accasciarsi a terra e il suo cuore a fermarsi, rendendo necessario il massaggio cardiaco. Il campionato d’Europa che finisce è in fondo un dettaglio. Lo schema della vita aveva deciso così.

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