Roma, cronistoria di un piano diabolico ai danni dei tifosi

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Siamo tutti d’accordo: Di Francesco è in confusione totale. Marcano terzino sinistro a Bologna è l’esempio lampante. Guai, però, a considerarlo l’unico colpevole del momento nerissimo della Roma. Siamo arrivati ad un punto di svolta: o si capisce la linea sottile che divide la responsabilità del tecnico dalle colpe enormi della società, o non se ne esce più.

Partiamo dal principale imputato: il tecnico. Di Francesco (sì, quello che lo scorso anno ha raggiunto la semifinale di Champions League) non riesce più a trasferire le sue idee alla squadra. Per sua stessa ammissione. E aggiunge che la rosa non ha qualità. E allora, perchè non dirlo subito ai tifosi? Perchè dire che Strootman è voluto andare via quando non è così? Perchè continuare a difendere l’operato di una società disastrosa sia nelle scelte dei giocatori, sia nella gestione di un’azienda perennemente in perdita, pur incassando oltre 90 milioni dalla Champions League?

Eusebio ha questa unica colpa: non aver parlato alla gente in modo chiaro come fece Rudi Garcia nella famosa conferenza stampa alla vigilia della sfida contro il Palermo. Anche in quell’occasione l’attuale tecnico del Marsiglia disse che la società doveva vendere per acquistare e che il livello qualitativo della rosa si sarebbe abbassato. Risultato? Garcia dura un girone, poi viene esonerato e sostituito da Spalletti.

Sembra un film già visto, con Pallotta che disse dopo l’eliminazione contro lo Spezia in Coppa Italia: “Sono disgustato”. Vi ricorda qualcosa? Stesso tono, stesse parole dopo Bologna e, probabilmente, stessa sorte per DiFra. Ma non se lo merita. Perchè l’ex Sassuolo si è assunto colpe non sue difendendo (all’esterno) strenuamente lo scempio del trading continuo di giocatori. Attenzione: non è un episodio sporadico. Succede questo da 8 anni. E’ il modus operandi della società. Di Pallotta e, di conseguenza, dei due direttori sportivi (Sabatini prima e Monchi dopo).

Parliamoci chiaro. Pallotta quando ha acquistato la Roma ad un prezzo irrisorio rispetto al suo reale valore, ha fiutato l’affare di poter realizzare un enorme business nella capitale: lo stadio. Attenzione, non solo uno stadio, ma un enorme agglomerato urbano in cui lo stadio rappresentava solo il 14% (almeno nel progetto originario). L’obiettivo del bostoniano, insieme a Parnasi, era quello di guadagnare il più possibile da questa enorme speculazione edilizia e di rivendere, una volta realizzato l’impianto, la Roma 4-5 volte di più del valore attuale. Come? Mantenendo la rosa stabilmente in Champions League, continuare il trading di giocatori sfrenato che non tiene conto del risultato sportivo, quindi di eventuali vittorie, ma di rimanere in una “linea di galleggiamento” per evitare i rumori della piazza.

Parnasi, invece, aveva l’intento di poter entrare nel progetto stadio della Roma (o meglio, di proprietà di Pallotta) per pagare il debito che la sua azienda aveva contratto con Unicredit. Il piano sembrava funzionare, fino a quando non è cambiato il sindaco: a Marino, nel 2016, subentra la pentastellata Virginia Raggi che, almeno quando era all’opposizione, era contraria all’ecomostro.

Improvvisamente, nel giro di 48 ore, la Raggi stravolge il progetto eliminando le torri di Libeskind e diminuendo le cubature. Poco male per Pallotta: meglio di niente. Tutto sembra procedere a passo spedito fino all’inchiesta “Rinascimento” che porta agli arresti di Parnasi e dei suoi collaboratori lo scorso giugno.

Nel frattempo la Roma viene smantellata: Alisson, Strootman e Nainggolan via. Di Francesco, per fare un esempio, aveva chiesto di tenere tutta la rosa e di acquistare solo due giocatori: Berardi e un centrocampista di qualità (che poi sarebbe stato Nzonzi). Come siano andate le cose realmente lo sappiamo tutti. Eusebio non si è opposto alle cessioni? Falso. Gli hanno detto, sostanzialmente: la situazione è questa, o la accetti o te ne vai. Di Francesco non lascia le cose a metà e ha accettato una sfida che già sapeva di perdere in partenza. Così come i giocatori: l’esultanza di Dzeko a Torino dopo il gol-vittoria è anomala per uno freddo come lui. Così come la mano fratturata da DiFra contro l’Atalanta (e siamo solo alla seconda giornata). Poi il nervosismo e la tensione nelle conferenze stampa sono palpabili, specie a Madrid. Segnale che allenatore e squadra non sono tranquille. In fondo col Real si può perdere, ma bisogna vedere in che modo.

Ora pagherà Di Francesco per tutti: per le scelte della società che, è vero, non hanno un senso sportivo ma un senso economico sì; per i giocatori, che non hanno senso di appartenenza e non hanno fiducia l’un dell’altro; di Pallotta, che molto presto venderà la Roma qualora non dovesse vedere realizzato lo stadio in tempi brevi. Questa la cronistoria di 8 anni di un progetto diabolico, dove la stampa e alcune radio sono stati complici. Sapevate che Teleradiostereo trasmetterà in esclusiva le radiocronache delle partite della Roma? Ma questa è un’altra storia…

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