Dino Viola e Franco Sensi si staranno rivoltando nella tomba

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Franco Sensi e Maria Sensi

“Non smetterò mai di lottar per questa maglia storica, il passato non si dimentica…”. Vecchio coro della Curva Sud nell’anno dello scudetto della stagione 2000/2001, quella che ha sancito la Roma Campione, strappando delle maglie della Lazio quella stoffa tricolore che poco gli si addiceva. Ma per alcuni oratori del nulla, per chi deve “vendere” un prodotto che non esiste, quel passato non conta. E così James Pallotta diventa il numero uno dei presidenti della storia della Roma con zero trofei all’attivo. Alla faccia di Dino Viola e della famiglia Sensi (Franco e Rosella), che hanno portato scudetti e coppe nella capitale come non era mai accaduto prima.

L’epopea Viola la conosciamo tutti: storica quella finale di Coppa Campioni contro il Liverpool che i romanisti vorrebbero dimenticare per l’epilogo, con scarsi risultati. Una Roma quasi sul tetto d’Europa senza uno stadio di proprietà, con un Olimpico pieno oltre il consentito. Ancora oggi non si può sapere con certezza quanti fossero realmente in quello stadio quel 30 maggio del 1984. Viola che portò uno degli allenatori più importanti della storia della Roma, Liedholm, e poi il rivoluzionario Eriksson. Due svedesi diversi ma con la stessa concezione di calcio. E se nel 1986 quel Roma-Lecce fosse andato in maniera diversa, probabilmente staremmo parlando di un altro scudetto vinto da Dino Viola.

Per non parlare dell’epoca Franco Sensi. Il suo rapporto con i romanisti inizia in maniera complicata, ma poi l’inversione di tendenza arriva all’alba del 2000, quando si diceva che il “Millennium Bug” avrebbe dovuto distruggere tutti i computer. Oggi si direbbe “Fake News”. Era l’epoca di Internet, in rete si vedevano i primi siti dedicati alla Roma, e Franco aveva un solo obiettivo in testa: vincere. “Quando vedo i tifosi romanisti che mi corrono incontro, li abbraccerei tutti. Abbiamo preso tutta la tifoseria di Roma. La Lazio ce ne ha sempre di meno (di tifosi, ndr)”, diceva.

Un presidente controverso, è vero, ma che ha portato uno scudetto, due Coppe Italia e due Supercoppe Italiane. I fatti parlano per lui. E di battaglie ne ha dovute affrontare tante: come quella contro il potere della Saras di Moratti, oppure lo strapotere Milan di Berlusconi e Galliani. Ma soprattutto è il presidente che ha lanciato nel calcio mondiale Francesco Totti, l’ultimo baluardo di un calcio che non c’è più, dalla classe infinita e dai record di gol. Difendendolo come il figlio maschio che non ha mai avuto, rifiutando offerte da Milan e Real Madrid, oltre che dall’Inter. Siamo sicuri che se l’ex capitano avesse calcato i campi di calcio in quest’epoca, con Pallotta presidente, sarebbe rimasto a vita nella Roma? Visti i precedenti diremmo di no.

Eppure la Gazzetta dello Sport deve difendere l’indifendibile. Deve esaltare qualcosa che non esiste. Come? Con il record di punti in due stagioni con Garcia e Spalletti, e una media punti che, ricordiamo, avviene in un’altra epoca: fino al 1994 le vittorie valevano 2 punti, non 3 come oggi. E questo fa tutta la differenza del mondo. Ma vai a spiegarglielo a Massimo Cecchini. Continuate a a esaltare il nulla. Continuate pure a fare del male alla Roma. Perchè questi articoli fanno solo del male alla Roma. Il male della Roma siete voi. E ve lo dico a gran voce, senza giri di parole. Sperando che Dino Viola e Franco Sensi non si rivoltino nella tomba.

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