Editoriale
Roma, dall’illusione al ridimensionamento: come Pallotta e Friedkin hanno anestetizzato l’ambiente giallorosso
AS ROMA NEWS PALLOTTA FRIEDKIN – C’è un filo rosso che lega le ultime due proprietà americane della Roma, da James Pallotta a Dan Friedkin: l’aver progressivamente anestetizzato un ambiente intero, trasformando un club con un potenziale enorme in una realtà che ormai si accontenta della mediocrità.
Mentre a Napoli si celebrano due scudetti negli ultimi tre anni – quattro in totale, superando così la Roma nei titoli nazionali –, a Trigoria l’obiettivo dichiarato resta il “piazzamento”. Non più la lotta per lo scudetto, non più il sogno di una coppa europea, ma semplicemente la qualificazione in Champions League, presentata come traguardo massimo e vissuta da parte della tifoseria come un successo.
L’unico ad aver interrotto questa spirale al ribasso è stato José Mourinho. Con lo Special One, la Roma ha alzato la Conference League, il primo (e finora unico) titolo europeo della storia giallorossa. Un trionfo che ha un valore storico enorme, ma che oggi viene derubricato da molti a “coppetta”, un trofeo di serie B, quasi da snobbare. Eppure Mourinho è riuscito dove tutti gli altri, nell’intera storia romanista, avevano fallito.
Oggi, invece, Friedkin si muove sulla stessa scia di Pallotta, nascondendosi dietro la favola del Fair Play Finanziario e presentando limiti economici come vincoli invalicabili. Lo stesso Ranieri, tornato per stabilizzare l’ambiente, lo aveva detto chiaramente a maggio: fino al 2026 sarebbe stato un mercato “lacrime e sangue”. Una dichiarazione che ha trovato piena conferma negli ultimi mesi.
Il mercato appena chiuso ne è la prova: uno a uno sono sfumati tutti gli obiettivi, da Sancho a George, passando per Dominguez e Gimenez. Nel frattempo, però, le rivali si rinforzavano: la Juventus, tanto per citare un esempio, ha piazzato colpi come Openda e Zhegrova, allargando ulteriormente il divario tecnico e competitivo.
Eppure, a Roma, tutto sembra andare bene così. L’ambiente, ormai assuefatto, ha smesso di pretendere, accontentandosi dei piazzamenti, festeggiati come se fossero scudetti. Un ridimensionamento culturale prima ancora che sportivo, che ha trasformato la fame di vittorie in semplice speranza di non restare indietro.
Intanto resta sempre lì, sospeso come una promessa mai mantenuta, il progetto stadio: il famoso “stadio nel duemilamai”, che ricorda da vicino la parabola di Pallotta, bloccato sul più bello dai guai giudiziari legati a Parnasi e company.
La Roma avrebbe tutte le carte in regola per ambire a qualcosa di più grande. Ma finché si continuerà a raccontare che va bene così, la mediocrità non resterà solo un risultato sportivo, ma diventerà un marchio culturale e identitario di una piazza che meriterebbe ben altro.
FOTO: Credits by Shutterstock.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

