Daniele De Rossi

In Italia, ma soprattutto a Roma, sta dilagando un fenomeno grottesco: l’apologia totale e incondizionata di Daniele De Rossi. Ormai qualunque cosa faccia viene trasformata in un gesto eroico, poetico, quasi epico. De Rossi va al bagno? “Che eleganza nell’urinare, mamma mia!”. De Rossi dorme? “Ma guarda come DDR dorme bene, che stile, che uomo!”. De Rossi mangia? “Come mastica lui nessuno mai, sempre con quella garra che l’ha contraddistinto!”. Qui siamo oltre il tifo, oltre la stima, oltre il ricordo: è una venerazione acritica, una specie di religione laica che ha perso completamente il contatto con la realtà.

Peccato che poi arrivi il campo a riportare tutti sulla terra. Perché mentre a Roma si celebra ogni respiro di DDR come se fosse oro colato, il suo Genoa perde praticamente sempre. È un dato oggettivo, ma sembra non importare a nessuno: basta che sia De Rossi, basta pronunciare quel cognome, e tutto diventa bello, giusto, impeccabile. E per assurdo, tra qualche giorno — il 29 dicembre — ci sarà pure qualche derossiano pronto a tifare Genoa contro la Roma, roba da manicomio sportivo.

Noi questa roba non la accettiamo. Noi amiamo la Roma, punto. E per questo diciamo apertamente ciò che altri non hanno il coraggio di dire: ci auguriamo che il cenone anticipato di San Silvestro vada di traverso a De Rossi, sportivamente parlando, perché qui c’è gente che sembra essersi dimenticata per chi tifa davvero. Perché mentre Roma si inchina davanti al “mito eterno”, noi continuiamo a scegliere la Roma, sempre.

E sinceramente, arrivati a questo punto, è giusto dirlo: l’apologia di DDR ha stufato. Chi tifa più per un uomo che per la Roma, faccia pure. Ma almeno abbia il coraggio di ammetterlo. Noi no: noi siamo romanisti, non devoti.



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