Editoriale
Roma, disfatta totale: Gasperini ha fallito su tutta la linea. Friedkin colpevoli di aver costruito una squadra inadatta
AS ROMA NEWS VIKTORIA PLZEN GASPERINI FRIEDKIN – All’Olimpico è andata in scena l’ennesima farsa giallorossa. La Roma perde ancora, stavolta contro il Viktoria Plzen, squadra ceca proveniente da un campionato minore ma capace di dettare legge a casa nostra, giocando con personalità, ordine e senza il minimo timore reverenziale. Una lezione calcistica e di mentalità. Una sconfitta umiliante, che pesa più del punteggio e che racconta di un progetto tecnico allo sbando.
Il primo colpevole si chiama Gian Piero Gasperini. Il tecnico ha sbagliato tutto: formazione, lettura, cambi, comunicazione. Una prestazione disastrosa in panchina, figlia di una confusione tattica evidente e di una gestione mentale fallimentare. La Roma è scesa in campo svuotata, impaurita, disordinata, incapace di reagire a un avversario inferiore sul piano tecnico ma superiore in ogni altro aspetto del gioco.
Bastano due minuti al Plzen per punire una difesa disorganizzata e distratta: prima Hermoso rischia di combinare un pasticcio, poi Ziolkowski regala il vantaggio ai cechi. Svilar, che fino a poco tempo fa dava sicurezza, appare improvvisamente fragile e incerto nelle uscite.
Da lì, il solito copione: una Roma senza identità, che reagisce a sprazzi e vive di fiammate individuali. Solo con l’ingresso di El Shaarawy il gioco acquista un minimo di fluidità, ma resta la sensazione di una squadra che non sa cosa fare del pallone. Occasioni ce ne sono, ma manca la convinzione, la cattiveria, la lucidità. E davanti è il deserto.
Dovbyk è il simbolo del disastro offensivo: statico, impalpabile, incapace di rendersi pericoloso anche nel gioco aereo, il suo presunto punto di forza. Soulé spreca tutto ciò che capita tra i piedi, Ferguson entra e non cambia nulla. Gasperini prova di tutto, cambia moduli, ruoli e interpreti, ma la sostanza non cambia: questa Roma non segna, non combatte, non reagisce.
Il rigore di Dybala, procurato da Pisilli e trasformato con freddezza, ha solo illuso. Il gol del giovane nel recupero, poi annullato per fuorigioco, è la fotografia di una serata in cui tutto è andato storto. Ma non si può parlare di sfortuna: si parla di incapacità.
E se Gasperini ha le sue colpe — e sono enormi — non può certo essere assolto chi sta sopra di lui. La proprietà Friedkin ha una parte di responsabilità pesante: ha voluto importare a Roma il cosiddetto “modello Atalanta” senza fornire al tecnico gli strumenti adeguati. Ha consegnato a Gasperini una rosa incompleta, fragile, piena di doppioni e priva di un vero centravanti. Un materiale umano inadatto a interpretare il suo calcio, fatto di intensità, pressing e verticalità.
La Roma di oggi è l’immagine di un club senza direzione, dove la competenza tattica si è smarrita e la mentalità vincente è evaporata. Non basta un allenatore rigido e ambizioso, non bastano i proclami: serve una scossa. Una rifondazione, prima mentale e poi tecnica.
Perché questa Roma non è solo in crisi di risultati: è in crisi d’identità. È una squadra che ha perso fiducia, coraggio e dignità agonistica. Le parole di Dybala dopo la partita (“Siamo stati mosci”) sono uno schiaffo alla realtà, e Gasperini che ribatte accusando gli attaccanti dimostra solo di aver perso il controllo dello spogliatoio.
Domenica, a Sassuolo, non sarà solo una partita: sarà un processo sportivo. Gasperini si gioca la panchina e la credibilità, i Friedkin si giocano la fiducia di una piazza che ha smesso di credere alle loro promesse. Non servono più giustificazioni, non servono più alibi. La Roma è allo sbando, e chi la guida — in panchina e in società — ha l’obbligo morale di ammetterlo.
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