Editoriale
Roma, il crollo di Como smaschera tutto: rosa corta, infortuni e la “banda del sesto posto” che non cambia mai
La sconfitta della Roma contro il Como per 2-1 al Sinigaglia non è soltanto una battuta d’arresto nella corsa alla Champions League. È piuttosto la fotografia più nitida di una stagione che, forse, non poteva andare molto oltre questo limite. Il sesto posto non è una sorpresa improvvisa, ma il risultato quasi inevitabile di una squadra costruita male, con una rosa ridotta all’osso e falcidiata da infortuni, alcuni anche di lungo corso, che stanno mettendo a dura prova il lavoro di Gian Piero Gasperini.
Il problema, infatti, non nasce domenica sera a Como e non si esaurisce nell’episodio arbitrale dell’espulsione di Wesley, decisione che resta discutibile ma che non può diventare l’unico alibi per spiegare il crollo giallorosso. La verità è che la Roma è arrivata a questo punto della stagione senza alternative reali, con reparti incompleti e con una costruzione della rosa che appare, col senno di poi ma anche con gli occhi del presente, senza logica, senza equilibrio e senza una visione tecnica chiara.
In mezzo a questo caos gestionale si ritrova Gasperini, che ha dovuto adattarsi continuamente, spesso lontano dalle proprie idee di calcio. Un allenatore che vive di intensità, profondità e rotazioni offensive si è trovato invece con un attacco decimato dagli infortuni e con pochi ricambi credibili. Una situazione che nel tempo ha portato inevitabilmente a una sorta di esasperazione sportiva, evidente anche nelle parole pronunciate nelle ultime settimane.
Il campo, poi, ha fatto il resto. Perché il sesto posto non è solo figlio degli infortuni o delle scelte di mercato discutibili. È anche il risultato di un gruppo di giocatori che da anni rappresenta il volto della Roma e che continua a oscillare tra promesse e delusioni. Gli stessi nomi che tornano ciclicamente quando le partite diventano davvero decisive: Cristante, Mancini e Pellegrini.
Proprio a Como la loro prestazione ha confermato un copione ormai visto troppe volte. Lorenzo Pellegrini, ex capitano e numero 7 giallorosso, è apparso ancora una volta inconsistente in una gara cruciale. Un’ombra in campo, incapace di incidere quando la squadra avrebbe avuto bisogno di leadership e qualità. Gianluca Mancini, invece, si è perso l’uomo nell’azione del pareggio del Como, un errore pesante in una partita già complicata. E Bryan Cristante è sembrato lento, impacciato, lontano anni luce dalla brillantezza richiesta da una sfida di quel livello.
Di fronte a prestazioni del genere, la domanda diventa inevitabile: come si può pensare di rinnovare il contratto a giocatori che da anni incarnano lo stesso limite strutturale della squadra? Continuare a puntare su questo blocco significherebbe ripetere gli stessi errori. E solo un folle lucido potrebbe davvero immaginare che questa sia la strada per rilanciare la Roma.
L’episodio arbitrale che ha portato all’espulsione di Wesley resta un punto controverso della partita. Non è la prima volta che decisioni sfavorevoli penalizzano la Roma e anche al Sinigaglia l’arbitraggio di Davide Massa ha lasciato più di un dubbio. Ma sarebbe troppo facile fermarsi a questo. Perché il calcio insegna che si può reagire anche alle difficoltà numeriche: appena poche ore prima il Pisa aveva battuto il Cagliari giocando per lunghi tratti in dieci uomini.
La Roma, invece, è sembrata una squadra che si scioglie progressivamente. Una squadra che perde identità e convinzione proprio quando la stagione entra nel momento decisivo. La sensazione, sempre più diffusa, è che Gasperini sia rimasto solo nel momento più importante dell’anno.
E i nomi di chi sembra aver lasciato l’allenatore senza sostegno sono sempre gli stessi. Gli stessi che, secondo molti osservatori, avevano già abbandonato José Mourinho due anni fa nel momento più delicato della sua esperienza romanista.
È per questo che il sesto posto non può essere considerato un incidente di percorso. È piuttosto la conseguenza naturale di un ciclo che sembra aver esaurito tutto ciò che poteva dare. Una sorta di “banda del sesto posto”, un gruppo che da anni galleggia tra promesse di rilancio e risultati mediocri.
Se la Roma vuole davvero cambiare il proprio destino, la strada è una sola: smantellare questo nucleo e ripartire con idee nuove, giocatori nuovi e una visione finalmente coerente. Altrimenti il finale sarà sempre lo stesso. E il conto da pagare, puntualmente, arriverà ogni primavera.
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