Editoriale
Roma, il mercato offensivo presenta il conto: errori, equivoci e una stagione segnata dalle scelte sbagliate
La crisi offensiva della Roma non può essere spiegata soltanto con la sfortuna. Gli infortuni hanno avuto un peso, certo, ma ridurre tutto a una semplice emergenza fisica significherebbe nascondere il vero problema: una costruzione del reparto avanzato piena di equivoci, ritardi e scelte che sul campo hanno presentato un conto pesantissimo.
Il caso più evidente è quello di Artem Dovbyk. L’attaccante ucraino avrebbe dovuto lasciare la Roma già in estate, perché non rappresentava il centravanti ideale per il calcio di Gian Piero Gasperini. La società, però, è stata lenta e indecisa, e alla fine il giocatore è rimasto. Ha giocato, ha avuto spazio, ma ha confermato di non essere il numero nove che l’allenatore voleva per il suo sistema di gioco. La sua stagione, di fatto, si è chiusa già a gennaio, proprio mentre la Roma stava nuovamente cercando una soluzione per liberarsi di lui, senza però trovare certezze.
Altro capitolo complesso è quello di Evan Ferguson, forse il paradosso più grande del mercato giallorosso. Arrivato per fare il vice, ma non il vice di Dovbyk. La sua presenza avrebbe avuto senso soltanto alle spalle di un centravanti diverso, uno come Malen, che però in estate non poteva ancora arrivare. Ferguson è stato invece proiettato al centro del progetto offensivo proprio perché l’ucraino è rimasto e non ha funzionato. Attorno al suo acquisto si è costruita anche una narrazione poco utile, fatta di slogan eccessivi e aspettative sbagliate. La realtà è stata ben diversa: problemi fisici seri e atteggiamenti che non hanno mai convinto fino in fondo Gasperini. Il risultato è stato un percorso tormentato e inconcludente.
Su Paulo Dybala è stato detto molto, forse tutto. Ma anche in questo caso la sfortuna spiega solo in parte. Se la Roma avesse davvero rinforzato le corsie offensive in estate, l’argentino sarebbe stato gestito meglio, dosato, preservato. Invece il reparto è rimasto incompleto e la squadra si è ritrovata ad aggrapparsi ancora una volta alla sua classe, pur sapendo che il fisico non avrebbe retto a lungo. Dybala è stato schierato ovunque, da laterale sinistro a falso centravanti, quasi mai nel suo ruolo naturale. Le sue assenze non possono essere archiviate come semplice fatalità: erano rischi prevedibili in una struttura offensiva così fragile.
Anche Stephan El Shaarawy vive ormai un momento diverso della sua carriera. È tornato a frequentare la panchina dopo un lungo periodo segnato dai problemi fisici, ma il dato più indicativo è un altro: Gasperini sulla fascia sinistra gli preferisce praticamente chiunque. Segno che le sue condizioni non sono ancora ideali o che, semplicemente, il suo profilo non risponde più alle esigenze dell’allenatore. A 34 anni e dopo diverse stagioni condizionate da guai muscolari, parlare solo di sfortuna rischia di essere riduttivo.
Poi c’è Bailey, altro esempio di mercato interpretato male. Un’operazione del genere può avere senso se arriva in un reparto già costruito bene, come scommessa o come aggiunta di lusso. Diventa invece una scelta inspiegabile se è l’unico esterno offensivo preso a fine mercato. Il suo addio anticipato non cancella l’errore iniziale, anzi lo rende ancora più evidente.
Il caso di Matías Soulé è diverso. L’argentino si è fermato per uno dei problemi più insidiosi per un calciatore: la pubalgia. Fino a gennaio non aveva mai saltato una partita ed era stato, anzi, una delle poche luci offensive della Roma. Non c’è alcun legame diretto tra il suo impiego continuo e il problema fisico, ma il vero nodo è un altro: non ha sostituti reali. L’assenza di alternative ha costretto la squadra a improvvisare, fino al punto di vedere persino Pellegrini largo a destra.
E proprio Lorenzo Pellegrini resta uno dei simboli di questa stagione piena di contraddizioni. Troppe volte delusione, a tratti sollievo, ma sempre al centro del dibattito. Ogni sua prestazione riapre la solita giostra: discussioni, polemiche, divisioni. La sensazione è che, con l’arrivo di veri esterni offensivi, Pellegrini avrebbe avuto un ruolo molto più marginale o avrebbe potuto lasciare la Roma già in estate. Lo stesso Gasperini, a fine agosto, era stato chiaro: la società stava valutando la sua uscita. Alla fine, però, si è deciso di non decidere, e il tecnico ha provato a dargli comunque un senso all’interno del progetto.
Tra i giovani, Robinio Vaz e Venturino vanno trattati con equilibrio. Vaz non può passare nel giro di pochi giorni da flop totale a talento risolutore, perché questa è la strada più rapida per rovinare un ragazzo. Venturino, invece, rappresenta una buona prospettiva per il futuro, da testare con attenzione nel presente, senza caricarlo di responsabilità sproporzionate.
Infine c’è Bryan Zaragoza, forse il profilo più leggibile di tutti: giocatore leggero, che può avere senso a campo aperto, ma che fatica terribilmente quando deve incidere in contesti più fisici e strutturati. Non a caso, anche in un contesto come il Celta, il suo rendimento non aveva mai davvero cambiato livello.
Il problema di fondo resta sempre lo stesso. Se in otto mesi, per ruoli fondamentali nel calcio di Gasperini, sulle fasce offensive arrivano Bailey e Zaragoza; se al centro dell’attacco resta Dovbyk, che il tecnico voleva sostituire, e si aggiunge Ferguson, che forse poteva avere senso solo come alternativa; se poi diventa necessario sperare in un contributo decisivo da giocatori come Dybala, Pellegrini ed El Shaarawy, allora parlare soltanto di sfortuna significa sottovalutare un problema strutturale enorme.
La Roma non può permettersi di ripetere lo stesso errore. Perché quando il mercato viene costruito sugli equivoci, alla fine è sempre il campo a presentare il conto.
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