Editoriale
Roma, da Pallotta ai Friedkin non cambia nulla: stadio al centro, progetto sportivo in secondo piano
A Roma la musica non è cambiata. Da James Pallotta a Dan Friedkin, passando per due proprietà diverse ma con una visione sorprendentemente simile, il filo conduttore resta lo stesso: la priorità è lo stadio di proprietà, non il progetto sportivo.
Un obiettivo chiaro fin dall’inizio. Pallotta aveva impostato tutto sul progetto di Tor di Valle, oggi i Friedkin spingono con decisione su Pietralata. Cambiano le location, cambiano i protagonisti, ma non cambia la sostanza. Lo stadio rappresenta il vero cuore dell’investimento, il fulcro attorno al quale ruota ogni strategia.
Nel frattempo, il campo resta in secondo piano. I risultati sportivi, la costruzione di una squadra vincente, una programmazione solida e duratura: tutti aspetti che continuano a inseguire un progetto che non decolla mai del tutto. L’unica eccezione resta la Conference League vinta nel 2022 con José Mourinho, un successo importante ma isolato.
Quello che emerge è un trend sempre più evidente nelle proprietà americane: il calcio come business, con infrastrutture e valorizzazione economica al centro del progetto. E Roma, sotto questo punto di vista, si è rivelata terreno fertile, anche grazie al sostegno delle istituzioni politiche, spesso più attente al consenso legato allo stadio che ai risultati sportivi.
Perché il nodo è anche questo. Le istituzioni hanno favorito questo modello, accompagnando i progetti legati allo stadio senza pretendere, allo stesso tempo, garanzie sul piano sportivo. Un equilibrio che oggi appare sempre più sbilanciato.
E i tifosi? La risposta è chiara. Lo stadio è importante, ma non è la priorità assoluta. Va bene Pietralata, ma prima vengono i risultati, le vittorie, l’identità di una squadra che torni a competere ai massimi livelli. Invece, a Trigoria sembra accadere l’opposto.
In questo contesto si inserisce anche la posizione di Gian Piero Gasperini. Il tecnico, il cui futuro appare ormai segnato, avrebbe compreso da tempo questa dinamica, scontrandosi con una visione distante dalla sua idea di calcio immediatamente competitivo.
Il modello Friedkin, del resto, non è nuovo. Lo si è visto anche all’Everton, dove la costruzione dello stadio è stata portata avanti con grande rapidità, seguendo un progetto già avviato, mentre i risultati sportivi continuavano a essere altalenanti.
Il quadro è chiaro: la priorità è l’infrastruttura, non il campo. Ma a Roma questo approccio fatica a essere accettato. Perché la storia del club, la passione della piazza e le aspettative dei tifosi raccontano un’altra esigenza.
E senza un cambio di rotta, il rischio è quello di restare intrappolati in un paradosso: uno stadio nuovo, ma senza una squadra davvero all’altezza.
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