Dodici anni dopo la sua prima volta, Europeo 2004, l’Italia gioca un grande torneo senza il calcio di Andrea Pirlo. Per la prima volta. Ancora non abbiamo capito bene l’effetto che fa, ma sappiamo che la sua luce manca: agli occhi, prima che alla squadra. Senza rimpianti, perché è lui a spiegare che il tempo non si può fermare, e non sarebbe (stato) neanche giusto farlo. Ma con la certezza di essere orfani di un’unicità che ci ha riempito gli occhi. Dal suo congedo azzurro — settembre scorso, l’ultimo mattoncino di Pirlo per la qualificazione a questo Europeo — è una nostalgia reciproca: lo capisci quando al telefono da Seattle, dove ha giocato ieri, dice «Speriamo che lunedì l’allenamento non sia all’ora della partita. Le altre, magari un po’ a spizzichi, le ho viste tutte». Sarebbe stato l’ennesimo Italia-Spagna della sua carriera, storia lunga e troppo spesso scivolosa iniziata «con una finale dell’Europeo Under 18 persa assieme a Buffon e Totti, nel ‘95. Una bestia nera, anche se la parola non mi piace». Pirlo ne parla per la prima volta «da fuori», ma fino ad un certo punto: uno che è fuori dal gruppo non si sente al telefono quasi tutti i giorni con molti ex compagni.

C’è qualcosa dello spirito di Berlino in questa squadra?
«Per quello che vedo sì. E anche per quello che ascolto al telefono con Buffon, De Rossi, gli altri. Ci sentiamo spesso in questi giorni: da tanti piccoli segnali ho una sensazione di grande unità. E che stia nascendo qualcosa di importante».

Il primo eventuale rigorista, come fu lei a Berlino?
«De Rossi, oppure Bonucci: gente abituata ad avere delle responsabilità».

(Gazzetta dello Sport – A. Elefante)

FOTO: Credit by Depositphotos.com

© RIPRODUZIONE RISERVATA

SCARICA L'APP DI ROMAGIALLOROSSA.IT PER ANDROID