La seconda cosa che avrebbe voluto avere nella sua storia (leggenda?) di calciatore sarebbe stata la coppa con le orecchie a sventola; la prima era la Roma, e l’ha avuta per un Giubileo e oltre. Ma questo gli sarebbe costato un prezzo che Francesco Totti, per la gioia del popolo giallorosso, non è stato disposto a pagare: anziché romano e romanista doveva tramutarsi in galactico, doveva accontentarsi di appartenere alla famiglia Real (Madrid) anziché essere il re di Roma sua.

Chissà se valeva la pena essere uno dei pochi ma in fondo come gli altri, o invece essere lui solo. Hai voglia a cantare da qualche altra parte un capitano, c’è solo un capitano, hai voglia a sentir parlare di bandiere: poi, se ci pensi sopra, un solo cognome ti viene in mente, ai tempi del calcio 2.0, e quel cognome è Totti.

Era il gol più anziano della Champions, da quando è League: 38 anni e 3 giorni, più vecchio di un’altra bandiera tipo lui, Ryan Giggs. I fondamentalisti dei numeri raccontano che quando era Coppa dei Campioni Ferenc Puskas segnò una rete a 38 anni e 178 giorni. Basterebbero a Francesco cinque minuti ancora, come cantava Peppino Di Capri. Ora che sta per chiudere i suoi primi quarant’anni (prenotarsi per un post sui suoi profili social il 27 settembre, altrimenti si rischia il blackout, l’ingorgo del pixel) e iniziare la sua decima Coppa dei Campioni, si chiederà lui stesso, e tutti ci si chiede, se davvero la giocherà qualche scorcio, illuminandolo. Chissà: potrebbe essere il tormentone della stagione, quello che sia lui che Spalletti vorrebbero evitare. Eppure, parlando in termini di calciomercato, questa edizione della Champions l’ha comprata lui, però non ha messo l’obbligo di riscatto-giocata. Non ci fossero stati quei suoi scampoli di fine campionato, i rapidissimi gol del gran finale, non ci sarebbe nemmeno questo viaggio in Portogallo e il poi è tutto da disegnare.

(Il Messaggero – P. Mei)

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