Quindici anni fa, il 17 giugno 2001, la Roma festeggiava il terzo scudetto della storia con Capello in panchina. Sette stagioni dopo Spalletti è arrivato a un soffio dall’emularlo, campione d’italia per un tempo nell’ultima giornata prima che Ibrahimovic a Parma decidesse che il tricolore doveva restare sul petto dell’Inter. Ora il toscano è tornato a Trigoria “per continuare ciò che avevo iniziato”. Ovvero vincere. Magari ad oggi vede la Juventus allontanarsi ancora di più, con lo “scippo” di Pjanic. L’addio del bosniaco non è affatto una sorpresa per Spalletti, ma sia lui che la Roma si auguravano di vederlo all’estero. L’infortunio di Ruediger e la rinuncia quasi certa a Digne hanno tolto altri due titolari dallo scacchiere e allora, per il momento, diventa difficile lasciarsi andare all’ottimismo. “Dobbiamo accorciare la distanza attraverso il gioco” ha detto il tecnico, consapevole però che la differenza di valori con i bianconeri rischia di rappresentare un ostacolo troppo alto. Specialmente se il mercato giallorosso non dovesse regalare sussulti.

Si spiega così – e non solo – la frenata sul rinnovo di contratto fino al 2018 che gli ha proposto Pallotta rispetto all’attuale accordo in scadenza fra un anno. “Per adesso resto con quello che ho – ha precisato Spalletti – voglio uno stimolo maggiore: devo giocarmi il futuro”. Messa in questo modo non fa una piega, d’altronde ragionava alla stessa maniera anche durante la passata stagione, non dando per scontata la sua conferma fino a quando non avrebbe raggiunto la Champions. La scelta è anche personale: arrivato a questo punto della carriera, ricoperto d’oro dallo Zenit, Luciano preferisce firmare contratti annuali, stile Zeman. Ma oltre al mettersi sotto esame da solo, Spalletti vuole garanzie sulla reale competitività della Roma per completare la sua missione. E nessuno a Trigoria in questo momento può ragionare su un progetto a lunga scadenza con l’allenatore. I dirigenti conoscevano bene gli “spigoli” caratteriali del toscano e per questo hanno temporeggiato più del dovuto quando era ormai chiaro che Garcia andasse sostituito. Il tecnico ha percepito questa “diffidenza” iniziale e ora è come se non si fidasse fino in fondo della fiducia riposta in lui. Ma Sabatini & Co., in realtà, si sono tolti i dubbi in fretta: sono bastati i primi allenamenti organizzati da Spalletti e il suo staff con una cura maniacale dei dettagli. Se la compatibilità caratteriale sarà sempre in bilico, il feeling tra allenatore e direttore sportivo sulle questioni tecniche è totale. Sul mercato si aggiornano di continuo e hanno scelto il primo rinforzo “in comune”: Mario Rui, il terzino preso per sostituire Digne, che ha stregato entrambi con temperamento mostrato a Empoli.

Adesso la priorità è un difensore centrale, “perchè me n’è rimasto solo uno” come ha sottolineato il toscano. Fino al rientro di Ruediger (non prima di novembre) serve un partner affidabile di Manolas, possibilmente low cost. Sfumato Umtiti, Sabatini sta scremando la lista di una ventina di nomi preparata dagli scout ed è tornato ieri da Milano con le idee più chiare. Tra gli obiettivi più concreti Nacho del Real Madrid, a patto che possa arrivare in prestito. Piace anche Musacchio, un po’ meno Juan Jesus, mentre fra i centrali impegnati all’Europeo sono stati offerti il croato Vida, l’austriaco Dragovic, lo svizzero Schar e il russo Neudstadter. Troppo caro Garay, così come altri due seguiti con interesse: Jones dell’Everton e Mustafi del Valencia. A destra il titolare in partenza dovrebbe essere ancora Florenzi, ma Spalletti aspetta un terzino di ruolo per avere un’opzione in più. Oltre a Caceres e van der Wiel, in lizza il ceco Kaderabek. A centrocampo l’obiettivo numero 1 resta Wijnaldum ma prima va ceduto Paredes. Nainggolan rimane, il Chelsea si è arreso, ora va trattato il rinnovo. In attacco sarà riscattato El Shaarawy e si punterà ancora su Dzeko. Almeno fino a prova contraria.

(Il Tempo – A. Austini)

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