Addio tradizioni: Mancini inventa un’Italia mai vista

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Roberto Mancini

NOTIZIE ITALIA MANCINI – Anche se possono capitare gli intoppi, tipo il fastidio agli adduttori che ha messo fuori causa Bernardeschi, l’uomo chiave della nuova Nazionale di Mancini, indietro non si torna: attacco rotante, doppio regista e palleggio prolungato, come nella notevole partita di ottobre in Polonia.

Che sabato a San Siro contro il Portogallo giochi Berardi, da controfigura di Bernardeschi ad alternarsi con Insigne come falso nueve, oppure che torni titolare Immobile – il ballottaggio sussiste – la sostanza non cambia: anche Immobile sarebbe chiamato a entrare nel vortice degli scambi di posizione. Solo lo sbocciare da qui all’Europeo di una punta sopraffina, col gusto del gioco, porterebbe alla parziale correzione di rotta.

Il clima degli ultimi allenamenti dell’anno a Coverciano, sotto una nuvolaglia che il sole tiepido prova a bucare, evoca la fase storica. È in atto una profonda trasformazione tattica, dal cui successo dipende il futuro degli azzurri. Lo smagrito alchimista, sprofondato nella tuta, miscela gli ingredienti con gesti misurati. Più che l’asceta Sacchi del ’94 o il Conte alle crociate del 2016 ricorda il Prandelli bonario del centrocampo rotante, spezzato al Mondiale brasiliano dalle bizze di Balotelli.

Ora di rotante c’è appunto l’attacco, forgiato dopo la seconda bocciatura di Balotelli, brevettato a Genova con l’Ucraina e consacrato in Polonia, con Insigne e Bernardeschi più spesso al centro di Chiesa, esterno naturale. Ma anche a centrocampo è in corso una mutazione fondamentale. Jorginho e Verratti condividono il ruolo del regista di passo breve e vista lunga, col corredo dell’incursore, Barella o Pellegrini. La bassa altezza media degli interpreti, la loro falcata corta e l’impatto fisico modesto non spaventano Verratti, per il rischio di subire quel contropiede che adesso fanno gli altri: «Il modo di vedere il calcio di Mancini è il mio: con Jorginho mi trovo benissimo».

Della sfida il pubblico di Milano ha già intuito il fascino: riempirà quasi San Siro, e pazienza se non c’è Cristiano Ronaldo. Già certo di restare nella serie A della Nations League, Mancini in queste ore sta mandando in soffitta il calcio all’italiana nell’accezione deteriore, ora che sono spariti la difesa perfetta e il contropiede magistrale dei padri nobili, Bearzot ’82 e Lippi 2006.

L’obiettivo è di anticipare i tempi, per arrivare a marzo, alle qualificazioni a Euro 2020, con squadra e tattica già consolidate, per quanto estranee alla tradizione. Si difende in attacco, col pressing sempre più avanzato. Esiste anche nelle aule del centro tecnico fiorentino la convinzione che il calcio contemporaneo non contempli più posizioni fisse, ma funzioni: difensore, centrocampista o attaccante universali, senza specializzazioni, senza il grande marcatore alla Cannavaro, il mediano alla Gattuso, il centravanti alla Vieri.

L’Italia, sprovvista di un numero di atleti pari alla concorrenza (i magri risultati dell’atletica lo attestano), imboccherà la strada anche contro le più forti: con la combinazione tra tecnica e organizzazione tattica, che la Francia campione del mondo può permettersi di minimizzare grazie ai talenti tecnici e atletici in sovrannumero.

Se Conte portò all’apice tattica e sacrificio, Mancini sta puntando soprattutto sulla tecnica: è una freudiana riproduzione del percorso da calciatore. Il tridente mobile riduce lo spazio per le punte centrali: tra Immobile, Belotti, Pavoletti, Cutrone e Balotelli il posto rischia di essere uno solo, mentre El Shaarawy può inserirsi nella gara tra gli esterni. Gli apprendisti bussano alla porta: Zaniolo, ora Tonali dalla B col Brescia, poi forse l’omonimo Mancini, Bastoni e Kean. Ma indietro non si torna.

(La Repubblica – E. Currò)

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