Amministratore delegato a tempo, come quegli allenatori d’emergenza chiamati a portare una squadra fuori dalla palude. Mauro Baldissoni è sempre più al centro della Roma americana, come certificato dal consiglio di amministrazione che ieri si è svolto in videoconferenza tra gli Stati Uniti e Trigoria. In attesa che il presidente Pallotta nomini un nuovo manager che prenda il posto del dimissionario Italo Zanzi, un tempo emanazione della proprietà negli uffici di Trigoria, Baldissoni diventa il responsabile operativo di tutte le strategie aziendali del club. Le deleghe gli vengono «assegnate temporaneamente» ma determinandone di fatto una crescita di potere e prestigio. Perché nel frattempo – lo ha sancito lo stesso Cda – Baldissoni ha rinnovato per le prossime tre stagioni il contratto da direttore generale.

ESCALATION – Romanista lo è sempre stato. Basta osservare le foto che pubblica sui social netwotk di se stesso bambino, con tanto di drappi giallorossi addosso. Nato 46 anni fa, ha piano piano realizzato il sogno di qualunque tifoso: entrare nella stanza dei bottoni della squadra che ama, attraverso un cursus honorum abile e articolato. Baldissoni si è laureato in giurisrudenza nel 1993, quindi molto giovane, all’università La Sapienza, con il massimo dei voti: all’epoca non esistevano corso triennale e poi specializzazione, la laurea si prendeva in un’unica soluzione su base quadriennale. A seguire Baldissoni è diventato avvocato, entrando nell’ormai celebre studio Tonucci nel 1996. Specializzato in diritto societario e finanziario, ha imparato alla perfezione l’inglese entrando in contatto con vari gruppi di investitori esteri: banche, fondi, magnati. In particolare negli Stati Uniti, dove ha creato una rete di contatti molto ramificata. Proprio grazie al suo mestiere di avvocato, nel momento di crisi della famiglia Sensi, creò le premesse per il passaggio di proprietà al miliardario George Soros: nell’aprile 2008, quando sembrava definita l’operazione, Baldissoni era seduto al tavolo della trattativa. Ma il ripensamento dei Sensi lo costrinse a rimandare l’affettuoso assalto alla Roma.

RIECCOLO – Gli sono serviti altri tre anni per realizzare l’obiettivo agognato, con la preziosa collaborazione di Unicredit. Il quartetto di investitori italo-americani, la cordata inizialmente guidata dall’oscuro manager Thomas Di Benedetto e in realtà finanziata quasi interamente da James Pallotta, è uscito allo scoperto nella primavera del 2011 fino allo storico “closing” del 18 agosto. Nel frattempo Baldissoni, che inizialmente preferì non ricoprire cariche ufficiali se non quella di membro del Consiglio d’amministrazione, aveva costruito una squadra di dirigenti italiani che con una rigida distinzione di ruoli si sarebbero occupati della parte sportiva: Fenucci amministratore delegato, Baldini direttore generale, Sabatini direttore sportivo. Del trio in questione, dopo cinque anni di propositi tendenti all’immenso e di risultati al di sotto delle aspettative, è rimasto soltanto Sabatini, peraltro dopo i forti dubbi manifestati al presidente Pallotta.

SOLIDO – Baldissoni invece ha guadagnato terreno e fiducia, partecipando a tempo pieno alla vita del club tra riunioni di Lega, viaggi americani, trattative di mercato per le quali ha acquisito il potere di firma. Non a caso a Trigoria, su ispirazione di un giocatore molto importante, veniva soprannominato scherzosamente «Il Presidentino». Pochi mesi fa, attraverso i canali amici, aveva lasciato trasparire una certa stanchezza che avrebbe potuto spingerlo ad abbandonare la Roma, la sua Roma. Invece adesso non molla, rilancia. Con l’appoggio di Pallotta che gli ha perdonato il recente scivolone Virginia Raggi, una battuta che poi Baldissoni avrebbe chiarito assicurando di non volersi riferire al sindaco in pectore Virginia Raggi. Direttore di (quasi) tutto. Anche della comunicazione, che segue in prima persona dopo la ristrutturazione del settore: dalla gestione delle interviste fino alla “marcatura” dei cronisti troppo scrupolosi in occasione degli incroci pubblici con la squadra. Sempre elegante, spesso sorridente, a volte velenoso, continua a sventolare la bandiera della magnificenza, accostata alla Roma che Pallotta sta provando a costruire con la fondamentale sfida dello stadio di Tor Di Valle all’orizzonte. Baldissoni non sceglie gli allenatori, non compra i giocatori, ma nemmeno fa capitare qualcosa nella Roma senza intervenire. Rappresenta un brillante esempio di carriera italiana, perché è uno di quelli che ce l’hanno fatta da soli.

(Corriere dello Sport – R. Maida)

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