Lo sfogo nel post partita non era semplice rabbia a caldo. Le parole di Gian Piero Gasperini dopo il ko contro l’Udinese avevano un peso diverso, quasi istituzionale. Più che uno scarico di adrenalina davanti ai microfoni, è sembrato un campanello d’allarme, un messaggio diretto a società, ambiente e tifoseria.
Il tecnico si è preso le sue responsabilità per la sconfitta, ma allo stesso tempo ha difeso la prestazione della Roma, dicendosi persino soddisfatto dell’atteggiamento dei suoi. Poi, però, ha tracciato una linea netta: “Bisogna mettersi d’accordo su cosa vogliamo”. Una frase che vale più di mille analisi tattiche.
Il concetto è semplice e non lascia spazio a interpretazioni. Se l’idea è costruire una squadra futuribile, giovane, fatta di talenti da crescere – la famosa “under 23” – allora bisogna accettare anche un percorso fatto di alti e bassi, senza pretendere subito il quarto posto. Se invece l’obiettivo dichiarato è la Champions League, servono giocatori pronti oggi, non domani. Esperienza, alternative, certezze. Non solo prospetti.
Anche le scelte di campo sembrano andare in questa direzione. A Udine, l’ingresso di giovani come Venturino al posto di un Pellegrini stremato è apparso quasi un segnale: questi ho, questi uso. Un modo per far capire che la coperta è corta e che le richieste dell’allenatore non sono state soddisfatte completamente.
E poi quella frase finale, quasi provocatoria: “Se non si va in Champions, si cambia l’allenatore”. Più che una resa, un avvertimento. Come a dire: io mi assumo tutto, ma servono condizioni chiare.
Sarebbe paradossale, perché Gasperini a Roma ha fatto esattamente ciò che gli era stato chiesto: ricostruire. Ha preso una squadra svuotata mentalmente e l’ha rimessa in piedi, restituendole identità, intensità, gioco. Ha creato un gruppo che lo rispecchia, duro, verticale, senza compromessi. Non è un allenatore morbido, non è uno che cerca consenso. È spigoloso, diretto, a volte scomodo. Ma proprio per questo spesso vincente. E forse, in una piazza esigente come Roma, serviva proprio uno così. Uno che non guarda in faccia nessuno e tira dritto per la sua strada.
Tra una squadra che gioca bene ma non raccoglie e una che magari vince senza brillare c’è differenza. Ma in questo momento la priorità è un’altra: lasciarlo lavorare in pace. Perché il progetto passa dalla stabilità, non dalle polemiche settimanali. Il messaggio, in fondo, è chiaro: giù le mani da Gasperini. A meno che qualcuno non abbia già pronta un’idea migliore. E al momento, all’orizzonte, non se ne vedono molte.
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