Gian Piero Gasperini, Daniele De Rossi

Il calcio italiano continua a interrogarsi su sé stesso. Tra episodi controversi, proteste e decisioni che cambiano le partite, la sensazione diffusa è che lo spettacolo stia scivolando sempre più verso una rappresentazione teatrale, più vicina al wrestling che allo sport. E le responsabilità non ricadono soltanto sugli arbitri: calciatori, tecnici e dirigenti contribuiscono a creare un clima di tensione e furbizie che complica ulteriormente il lavoro dei direttori di gara.

Un piccolo passo verso la trasparenza, però, è arrivato. Attraverso il format Open Var, gli arbitri hanno iniziato a spiegare pubblicamente le proprie scelte, ammettendo anche eventuali errori. Tra questi, farà discutere l’episodio del calcio di rigore assegnato in extremis al Napoli contro il Genoa.

Nel finale di gara, al 92’, l’arbitro Massa aveva inizialmente giudicato non punibile il contatto tra Cornet e Vergara. Una valutazione in linea con l’azione di gioco. Successivamente, però, il richiamo al monitor da parte del Var ha cambiato il verdetto: dopo l’on field review, il direttore di gara ha optato per il rigore, interpretando l’episodio come uno “step on foot”. Una lettura che, a posteriori, verrà riconosciuta come sbagliata: il contatto è risultato minimo, con evidente enfatizzazione della caduta da parte dell’attaccante, e soprattutto non tale da configurare un “chiaro ed evidente errore”, presupposto indispensabile per l’intervento del Var.

Ed è proprio qui che nasce il problema. Non tanto nella singola svista, quanto nell’interpretazione del regolamento. Con l’introduzione della tecnologia, gli arbitri hanno cercato maggiore uniformità di giudizio, ma l’utilizzo del Var resta spesso disomogeneo. Quando intervenire? Quanto deve essere evidente l’errore? E dove finisce il contatto di gioco e inizia la simulazione?

Servirebbero criteri più netti, come una definizione più precisa della deviazione sui falli di mano o del concetto di immediatezza nell’azione. Ma soprattutto servirebbe coerenza.

Il 15 gennaio scorso, FIGC, Lega Serie A e la CAN si sono incontrate per rafforzare il dialogo tra club e arbitri, con l’obiettivo di abbassare la conflittualità e creare maggiore collaborazione. I risultati, però, non sembrano ancora visibili.

La verità è che il Var, nato per ridurre le polemiche, rischia paradossalmente di alimentarle. Senza una linea comune e senza un’assunzione di responsabilità collettiva da parte di tutto il sistema calcio, ogni decisione continuerà a dividere. E il campo, anziché parlare di gioco, finirà per parlare solo di fischietti e monitor.



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