Lo stadio della Roma è la sconfitta di tutti

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E’ una delle tante, ormai troppe, brutte pagine della politica capitolina. Ma, se possibile, è ancor peggio quanto sta accadendo sul fronte mediatico. Parliamo, anche noi, ebbene sì, dello stadio della Roma. Mettiamo subito i necessari paletti per evitare che, alla fine del pezzo, questo possa essere bollato come “grillino” o “ambientalista”, “romanista” o “palazzinaro”, “di sinistra” o “filo-imprenditoriale”. Chi scrive è abbonato in Curva Sud da venti anni e ha scritto addirittura un libro insieme a Paolo Berdini, ex assessore all’Urbanistica della Giunta Raggi. Altro paletto: chi scrive aveva salutato con entusiasmo la scelta della sindaca di affidare a un urbanista decisamente scomodo l’amministrazione del territorio della Capitale.

Premesso ciò che non dovrebbe teoricamente interessare un lettore, ma necessario in un momento in cui da una parte si stilano le liste dei giornalisti “cattivi” e, dall’altra, si mandano cronisti a fare un lavoro che poco o niente ha di dentologico, possiamo entrare nello specifico. Il progetto dello stadio della Roma, da molti chiamato “stadio di Pallotta” per aizzare ulteriormente la cagnara, non è di questi giorni. E’ di oltre un anno fa. Eppure solo oggi la stampa “contraria” ha iniziato a partorire inchieste e reportage da Tor di Valle. Da qui la domanda: perché solo oggi cronisti, reporter e fotografi sono andati a vedere cosa c’è a Tor di Valle? Perché solo oggi la stampa si sta occupando di fare le pulci al costruttore Parnasi e si è accorta dei suoi debiti con Unicredit, banca dalla quale Pallotta ha acquistato la As Roma?

Dall’altra parte: perché solo oggi ci si è accorti dello stato di degrado e di abbandono in cui versa la zona dell’ex ippodromo? Perché solo oggi ci si preoccupa del Tevere che potrebbe esondare allagando l’intera area? Perché solo oggi ci si chiede come i tifosi arriveranno allo stadio in una zona da sempre intasata dal traffico e non lo si è mai fatto per tutti quei cittadini che, ogni giorno, affrontano quel trittico di odissee chiamate Via del Mare, via Ostiense e metro lido?

Gli ultimi rumors vogliono lo stadio verso il progetto del sì definitivo. Bene? Male? Non è questa la sede per discuterne. Quello che è difficile capire è perché solo ieri la sindaca Raggi ha deciso di attaccare, ora che è con le spalle al muro e dopo aver contribuito a mettere alla porta il suo assessore. Era così semplice spiegare agli elettori del Movimento che ormai il progetto era in una fase talmente avanzata da non poter più essere fermato. Avrebbe potuto tranquillamente firmare le carte lasciate sul suo tavolo dal duo Marino-Caudo e chiuderla lì. E invece ha scelto di far gestire la questione a Paolo Berdini. Da qui la domanda: cosa si aspettava che potesse succedere? Che un urbanista come il prof. Berdini, da sempre fautore della programmazione pubblica della città e, soprattutto, da sempre nemico del “pianificar facendo” di veltroniana memoria, delle deroghe ai prg tanto cari al “modello Roma”, firmasse in silenzio un simile progetto?

Solo ora la sindaca Raggi si è accorta che “al nostro insediamento (avvenuto a giugno di un anno fa, ndr) (…) ci siamo trovati un iter già avanzato e quasi a conclusione che, in altre parole, significa causa multimilionaria all’orizzonte che la società potrebbe intentare contro il Comune di Roma”. Così il risultato è la triste querelle politica e mediatica di questi giorni: da un lato chi lo stadio – dice – non lo vorrebbe ma lo farà fare; dall’altra chi omette di dire che l’impianto sportivo occuperà solo il 14 per cento dell’intero intervento urbanistico. Da una parte chi dice che l’area del Tevere è a rischio esondazione, dall’altra chi invece ritiene che proprio grazie ai lavori di contenimento propedeutici al cantiere quella zona sarà finalmente in sicurezza. Da una parte chi è convinto che lo stadio paralizzerà la circolazione dell’intero quadrante, dall’altra chi sostiene che finalmente ci sarà una viabilità adeguata. Da una parte chi saluta con entusiasmo il fatto che la Roma avrà finalmente una sua casa, dall’altra chi bolla l’impianto come lo “stadio di Pallotta”. Posizioni intercambiabili in base al giornale sfogliato, al sito di notizie letto, alla radio ascoltata.

Così in queste settimane abbiamo assistito a qualcosa di mai visto: giornalisti sportivi che si trasformano in esperti ingegneri o architetti, tifosi che alle formazioni e al calciomercato si è scoperto preferire letture di programmazione urbanistica, allenatori e calciatori diventati carne da macello mediatico. Nessuno si è guardato bene dal fare un passo indietro su tematiche che, palesemente, sono andate oltre il proprio terreno da gioco. Il risultato è stato trasformare l’assessore all’urbanistica di una città nel nemico pubblico numero uno, da insultare, deridere, perfino minacciare. Basta scorrere la pagina Facebook di Paolo Berdini, ad esempio, per capire come si sia andati ben oltre il limite. Basta leggere i commenti sotto il post di Virginia Raggi in risposta al #FamoStoStadio per rendersi conto che, forse, i media hanno esagerato a voler a tutti i costi trasformare un dibattito del quale Roma avrebbe avuto un disperato bisogno in un ring di lotta libera.

Al tempo stesso, i “soggetti pubblici” avrebbero potuto provare a coinvolgere la cittadinanza in un sereno e costruttivo dialogo per capire, per la prima volta, cosa serva veramente a questa città anziché limitarsi a battute ai giornalisti miracolosamente trasformate in interviste esclusive (ma questa è un’altra, triste storia …). Avrebbero potuto spiegare con serenità le proprie posizioni a favore o contro lo stadio anziché puntare a conquistare simpatie o a non attirarsi le antipatie di chi, ad oggi, dovrebbe tornare alle urne tra più di quattro anni.

Il risultato è quello che abbiamo davanti agli occhi: si passa dall’accordo raggiunto sulla riduzione delle cubature alla smentita di rito, dall’incontro segreto alla smentita di rito, dal no definitivo alla smentita di rito. Una sconfitta per tutti. Una sconfitta per l’As Roma, che avrebbe potuto segnare un cambio di passo rispetto ai “normali costruttori” consegnando all’intera città qualcosa di cui ci fosse realmente bisogno, uno stadio servito da comode e moderne infrastrutture e non grattacieli che – come la storia della città ha già dimostrato pochi chilometri più in là, con l’EurSky di Purini-Parnasi – rischiano di restare tristemente vuoti.

Una sconfitta per l’assessore Berdini, che avrebbe potuto cambiare la storia urbanistica di Roma e invece è banalmente caduto in errori mediatici che, al giorno d’oggi, sono più gravi di qualunque falla politica. Una sconfitta per Virginia Raggi e l’intera amministrazione 5 stelle, persi nel marasma della ricerca della scelta meno impopolare che a una giunta appena insediata non dovrebbe interessare: la “non posizione” del Movimento sull’argomento sembra essere la prova che la vittoria dei grillini a Roma sia stata o assolutamente casuale o dettata da un voto di protesta contro la vecchia politica e che un chiaro “no” allo stadio della squadra più seguita della città avrebbe sancito la fine dei sogni di governo nazionali di Grillo e dei suoi.

Una sconfitta per il giornalismo “anti Movimento 5 stelle”, la cui etica è stata sepolta da piccoli escamotage trasformati in scoop per defenestrare chi si stava frapponendo, pur fra mille scivoloni, tra l’interesse di Roma e l’interesse delle finanza.

Una sconfitta per il giornalismo “anti-stadio” che si è accorto solo a cose fatte che, a Tor di Valle, “qualcuno” stava per avere l’ok a costruire “qualcosa”. Una sconfitta per il giornalismo “di inchiesta”, che si è limitato o a raccontare una zona utile solo alla prostituzione e alla crescita delle erbacce o a riportare in auge accordi finanziari tra banche-creditrici e imprenditori-debitori firmati pubblicamente anni fa. Una sconfitta per Roma, che avrebbe meritato un dibattito diverso per l’avviamento di uno dei cantieri più importanti della sua storia. O forse è questo che Roma si merita. Il caos. In qualunque ambito. In qualunque sua forma. Una battuta, però, da romanista concedetemela: i laziali, anche stavolta, sono rimasti ai margini di tutto.

(Romatoday.it – D. Nalbone)

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