Amantino Mancini: “Spero che la Roma possa fare quello che noi abbiamo fatto col Real”

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Amantino Mancini

Amantino Mancini, ex attaccante esterno della Roma, ha rilasciato alcune dichiarazioni a Teleradiostereo per parlare della sua esperienza in giallorosso e della prossima sfida contro lo Shakhtar in Champions League.

Quando tu arrivasti eri un laterale basso, poi hai fatto grandi giocate e grandi numeri come attaccante.
Ho iniziato come terzino ma avevo buoni piedi, per questo con Capello è stato facile giocare un po’ più alto. Per questo non ho avuto grandi problemi ad adattarmi a quel ruolo. E’ più difficile al contrario tornare terzino. Nel calcio di oggi tutti si conoscono e le squdre giocano a specchio. I terzini di oggi devono quindi essere bravi a saltare l’uomo e creare la superiorità numerica.

Oggi stai portando avanti il corso di allenatore, come cambia la percezione del campo?
Se io avessi avuto prima la testa di oggi sarei stato un altro calciatore. Vedo il calcio in un’altra maniera e sicuramente il mio rapporoto con gli allenatori sarebbe stato diverso. Prima, da calciatore, le uniche preoccupazioni erano quelle di stare bene fisicamente, fare i gol la domenica, ascoltare e capire quello che dicono in giro. Il resto ti sfugge e i giocatori vanno in difficoltà.

La Roma ha tantissimi brasiliani: un commento su Juan Jesus, Alisson e Bruno Peres?
Juan Jesus gioca poco, secondo me ha le qualità per diventare un difensore forte. Quando viene chiamato in causa fa sempre il suo tranquillo e gioca semplice. Alisson è un fenomeno e l’ho visto giocare all’Internacional. All’inizio ha avuto dei problemi ma è normale per i giocatori che vengono dal Brasile. Adesso ha capito la piazza, la cultura e vede il suo valore. Bruno ancora ha difficoltà e ha avuto problemi extracampo, l’ho conosciuto e deve capire che il calcio non è solo sul campo ma anche fuori. Però è un ragazzo che può aiutare ancora la Roma.

Quando giocavi tu lo stadio era pieno a prescindere. Noti una differenza in questo momento tra i tifosi e la squadra?
Tantissimo, se parliamo di 13-14 anni fa era tutto diverso. Con i miei amici dico sempre che l’Olimpico ora è vuoto, prima era pieno. Probabilmente è un discorso anche di soldi e la gente può aver perso un po’ quel senso di fiducia nella società.

Tu sei arrivato giovanissimo a Roma. Che consigli daresti ai giocatori giovani di questa squadra?
A loro direi di imparare a conoscere la piazza in cui sono arrivati e continuare a lavorare e avere fiducia in Di Francesco. C’è Under che sta cominciando ad avere continuità, Schick sta facendo un po’ più di fatica ma ha le doti tecniche per fare bene. Bisogna avere pazienza e non mettere pressione ai ragazzi per non rischiare di bruciarli.

Quando arrivò Gerson ci parlarono di una stella del calcio brasiliano. Era un’esagerazione o ci sono le potenzialità?
Assolutamente sì, c’è potenziale. Gerson ha doti tecniche sopra la media, deve solo capire il calcio italiano per riuscire a crescere. Se riesce ad entrare nel sistema secondo me è fortissimo. Non è facile inserirsi subito, si vede adesso che ha cambiato testa e riesce a fare la differenza anche quando entra dalla panchina.

Prima di arrivare a Roma, dove ti sei ambientato subito, sei passato per Venezia. Lì forse c’è stata un po’ più di soffernza vista la “saudade” e il modo diverso di vivere rispetto al Brasile. Quel passaggio ti ha aiutato?
Quei primi quattro mesi a Venezia sono stati fondamentali. Mi hanno aiutato ad ambientarmi e a capire il calcio italiano. Se io non avessi fatto quell’esperienza forse non sarei stato il giocatore che sono stato alla Roma. Poi sì, la nostalgia è una cosa che i brasiliani soffrono tanto, noi siamo molto attaccati alla famiglia e agli amici, siamo un po’ più particolari.

Tu hai vissuto il primo Spalletti, lo hai trovato diverso rispetto a quando lo avevi lasciato?
L’ho trovato alla stessa maniera, non è cambiato nulla.

E’ stato più bello il gol alla Lazio o i mille doppi passi al Lione?
Ma che domanda è? (ride ndr). Quello alla Lazio è stato il mio primo gol in Serie A, non potevo colpire la palla diversamente. E’ stata una grande emozione, il Derby è sempre una partita speciale. Ma anche quello di Lione è stato un gol splendido, feci otto finte e l’azione fu bellissima, proprio in stile Spalletti con la palla che girava veloce e i tocchi di prima.

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