La vittoria di Dzeko e la sconfitta di Pallotta

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Edin Dzeko

Un lampo. Un passaggio filtrante. Edin che vola verso la porta eludendo il fuorigioco. La palla che entra lemme, lemme in porta. La gioia. L’euforia. Il delirio. Il boato. Sono serate come queste che ci avvicinano alla Roma. “Sono rimasto qui per vivere momenti del genere”, ha detto Dzeko dopo la partita, a caldo. Doveva andare al Chelsea. Il delitto perfetto era già pronto e impacchettato. Roma e i Blues erano d’accordo su tutto. Ma Edin, e la sua famiglia, hanno detto ‘no, grazie’. Amra, moglie di Dzeko, girava in macchina per la città col telefonino a fare le sue dirette Instagram e disegnava sullo schermo i cuoricini davanti al Colosseo. Come per dire “Io non voglio lasciare questa meraviglia”. Ci saranno le buche, i crateri lunari, la Raggi che rattoppa alla bene in meglio le voragini in ogni quartiere, ma Roma è sempre Roma. E’ un cordone ombelicale dal quale non ti puoi staccare così facilmente.

Se siamo passati ai quarti di finale dopo 10 anni, l’uomo copertina è essenzialmente lui: Edin Dzeko. Lo definivano un pippone, capace a segnare solo contro Spal e Crotone. Dzeko è molto, ma molto di più. E’ quello che spacca la porta con il sinistro a Stamford Bridge. E’ quello che sfiora la vittoria a Londra col Chelsea. E’ quello che fa una doppietta da sogno al San Paolo col Napoli. E’ quello che segna il gol decisivo che porta la Roma giallorossa ai quarti. Di sicuro non è la vittoria di Pallotta, ce lo concederete. Un personaggio (nemmeno presidente) che avrebbe voluto per una misera plusvalenza cedere Dzeko al Chelsea, in pieno gennaio, in piena corsa per il terzo posto, è da neuro. Si intasca 60 milioni derivanti dalla Champions League grazie proprio a colui che voleva vendere. E poco importa se ieri era il suo compleanno, Dzeko gli ha fatto gli auguri come si deve. “Io sono ancora qua, eh già”, per dirla alla Vasco Rossi.

Chiosa doverosa su Eusebio Di Francesco. Un allenatore la cui educazione viene scambiata troppo facilmente per un carattere debole e che non si fa rispettare dallo spogliatoio. “Hanno fatto una partita da uomini veri”, ha detto Eusebio ai microfoni di Mediaset. C’è chi, ve lo assicuro, chiamava a gran voce il suo esonero dopo la sconfitta col Milan. Ora cosa diranno? Diventerà un’altra volta Sant’Eusebio? Per noi lo è sempre stato. Noi abbiamo creduto sempre nelle sue qualità. Perchè è abruzzese, un uomo vero, di parola. Farà anche “scuola guida” alla Roma, ma l’allievo ha superato il maestro. Che da oggi non è più nei libri di storia. Spalletti è superato. In tutti i sensi.

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